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L’itinerario burdigalense e la “geografia sacra” medievale

La qualità del manto stradale dell’Appia, testimoniato dalla cronache dell’epoca, è una riprova dell’importanza che la Regina Viarum continuerà ad avere almeno fino all’età teodericiana.

Non tutti i pellegrini che giungevano a Roma erano spinti da motivi devozionali: basterà ricordare il caso del vescovo dell’oppidum di Tongres, Servazio, che terrorizzato dall’imminente arrivo degli Unni, decise di visitare la tomba dell’apostolo Pietro per ricevere gli apostolicae virtutis patrocinia ed ottenere in questo modo la misericordia divina contro i barbari invasori.
Nonostante l’inutilità del viaggio a Roma, visto che il responso dell’apostolo sarebbe stato per lui negativo, il viaggio di Servazio testimonia perfettamente la centralità che, alla metà del V secolo, Roma e la sua sede episcopale iniziavano ad occupare nella pars occidentis della Cristianità.

Anche in questo scenario, l’Appia antica conserva il suo ruolo cardine

«Levigate ed appianate le pietre e tagliatele ad angolo (scil. Appio Claudio Cieco) le combinò fra loro senza frapporvi cemento né altro, e quelle stanno unite, aderenti così saldamente che a chi le vede non pare siano combinate, ma formino un solo assieme». Così nel VI secolo il cronista Procopio di Cesarea descriveva, ammirato, il manto stradale della via Appia, da secoli presente sul tragitto Roma-Capua. È una chiara testimonianza che il tracciato stradale della via consolare era stato mantenuto in buone condizioni dalle autorità pubbliche almeno fino all’età teodericiana: una sorte non condivisa da tutti gli assi viari, come dimostrato – ad esempio – dal progressivo abbandono di parecchi ponti romani, e che quindi conferma il ruolo cardine dei collegamenti tra l’Urbe e il Mezzogiorno d’Italia – e di qui con l’Oriente – rivestito dall’Appia nei secoli medievali, nonostante i frequenti cambiamenti di percorso cui andò incontro l’originario tracciato. Un’evenienza del resto all’epoca non infrequente, come rimarcato dagli autorevoli studiosi secondo cui «chi dice viabilità medievale dice varietà e instabilità dei percorsi».

A guidarci in questi secoli sono le guide redatte per i pellegrini30, solitamente scarne, come l’Itinerarium Burdigalense (IV secolo), che menziona solo le tappe che da Brindisi portarono a Roma (e di qui a Milano) un gruppo di pellegrini d’oltralpe che facevano ritorno dalla Terrasanta, per poi diventare con il passare del tempo più ricche ed articolate come nel caso della Notitia ecclesiarum urbis Romae (prima metà del VII secolo), vera e propria guida ragionata delle chiese, le catacombe, i sepolcri martiriali che punteggiavano il suburbio romano: un panorama perfettamente illuminato dall’affermazione dell’anonimo redattore secondo cui «ibi innumerabilis multitudo martirum».

Ad una simile altezza cronologica si situa anche il De locis sanctis martyrum che – più che un itinerario classico – si presenta sotto forma di minuzioso elenco, redatto da un chierico romano forse non per motivi direttamente riconducibili alle esigenze dei pellegrini, ma che presenta una ricca e dettagliata panoramica della “geografia sacra” della Roma altomedievale. E conferma l’eccezionale ricchezza dei corpi santi custoditi con devozione nei santuari della via Appia, e quindi la pregnante sacralità di un’area rischiarata dai magna mirabilia a cui potevano assistere i pii visitatori.

Tutto questo deve essere collocato nell’ambito di un’intensificazione dei flussi di pellegrinaggio che possono essere intravisti dalla regolare attenzione delle autorità ecclesiastiche romane nei confronti delle strutture assistenziali destinate all’assistenza dei pauperes, tra cui erano certamente compresi i pellegrini provenienti da terre lontane come gli anglosassoni che affollarono con enorme entusiasmo Roma nei secoli VII-VIII, alla ricerca della vicinanza fisica con le reliquie dei papi e dei santi fondatori della fede, contribuendo in tal modo ad accrescerne il ruolo centrale nel mondo cristiano.

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